Tu le Piante le Vedi?

Cosa vedi nella foto? Un elefante, no? I più precisi risponderanno che vedono un elefante africano, o magari un elefante nella savana che si ripara dal sole all’ombra di un albero. Ma chi risponderà che vede un elefante e un maestoso baobab fiorito circondato da arbusti tipici della savana in una prateria di erba secca?
Se avete dato quest’ultima risposta, complimenti, siete un caso più unico che raro. Se invece per voi nella foto c’è semplicemente «un elefante» allora siete proprio come la quasi totalità del genere umano.

Il fenomeno è stato descritto per la prima volta negli anni ‘90 da due botanici americani con il nome di cecità alle piante, dall’inglese plant blindness. Siamo incapaci di vedere, notare e prestare attenzione alle piante che ci circondano, e di conseguenza non siamo in grado di comprenderne l’essenziale ruolo ecologico e per la nostra stessa vita. Non riusciamo ad apprezzare le caratteristiche estetiche di questi organismi né l’unicità delle loro caratteristiche biologiche, al punto da non saper riconoscere le piante che crescono nel nostro quartiere né conoscere con certezza ciò di cui una pianta ha bisogno per vivere.

Un problema culturale

In generale, siamo meno informati sulle piante che sugli animali. Siccome la nostra attenzione è attratta dagli oggetti che meglio conosciamo e comprendiamo, finisce che le piante passino inosservate proprio perché sono meno conosciute. I fattori che portano a ignorare le piante non riguardano solo la gente comune, ma sono evidenti anche in ambito accademico. Nei libri di testo di biologia solo una piccolissima percentuale degli esempi sono tratti dal mondo vegetale anche se questo potrebbe offrire spunti complementari e altrettanto validi rispetto a quelli dal mondo animale. Forse proprio per questo motivo, quando per gli studenti di biologia arriva il momento di scegliere la propria specializzazione, sono pochi quelli che scelgono la biologia vegetale e la botanica rispetto alla zoologia. Io ad esempio sono stata l’unica a fare questa scelta tra circa trenta compagni di corso.

Questo fenomeno è in parte dovuto al zoocentrismo, che come estensione dell’antropocentrismo è frutto di una visione del mondo dalle origini antichissime su cui si fonda la cultura occidentale. I viventi sono posti su una scala gerarchica che vede l’uomo all’apice; gli animali servono l’uomo, le piante servono gli animali (e l’uomo), e il mondo inanimato serve le piante. Anche se si riconosce nelle piante il ruolo di mediatrici primarie tra il mondo fisico e quello biologico, queste sono viste come creature al nostro servizio, come elementi che fanno da sfondo alle attività – dal nostro punto di vista ben più interessanti – del mondo animale.

Un problema fisiologico

Sembra però che, tra quelli che portano alla cecità alle piante, ai fattori socio-culturali vadano aggiunti quelli di natura psicologica, evolutiva e fisiologica. Ogni secondo i nostri occhi raccolgono una quantità mostruosa di dati di cui solo una frazione infinitesimale viene pienamente processata dal nostro cervello. Come facciamo a decidere su quali informazioni visive concentrarci? Cerchiamo movimenti, pattern cromatici e oggetti noti o pericolosi. Le piante non si muovono, crescono vicine tra loro e, quando non sono fiorite, hanno un colore uniforme. Così, come dimostra un esperimento condotto su degli studenti dell’Università del Nord Dakota, spesso non ottengono la nostra attenzione visiva. Quando una serie di immagini venivano mostrate in rapida successione, i partecipanti erano molto più precisi nell’indicare la presenza di un animale che quella di una pianta tra le immagini stesse.
In più, le piante sono di solito innocue, cosa che ci permette di ignorarle senza incorrere nei rischi che invece incontriamo quando ignoriamo un animale lanciato al nostro inseguimento. Ciò doveva essere particolarmente importante per i primi uomini, per i quali la capacità di individuare gli animali poteva salvare loro la vita nel caso di un agguato o rappresentare una fonte di cibo durante una battuta di caccia. Gli animali mangiano, giocano, dormono, interagiscono tra loro e si riproducono, proprio come noi. Per questo i bambini impiegano più tempo a riconoscere nelle piante una forma di vita.

Le conseguenze

Se come dice James Wandersee, l’inventore del termine plant blindness, questa «è la condizione umana di default», dobbiamo impegnarci attivamente per contrastarla. Il problema è che se la maggior parte delle persone non presta attenzione alle piante e al loro ruolo centrale nel mantenimento della vita sulla Terra, difficilmente arriveremo a investire in ricerca e formazione per la conservazione delle piante (un argomento di cui ho parlato anche in questo post). Come si è visto nei progetti di conservazione di ben più emblematiche specie animali a rischio di estinzione, l’opinione pubblica può avere un ruolo cruciale.

Proprio questa settimana lo IUCN ha dichiarato che il panda gigante non è più a rischio di estinzione perché grazie agli sforzi coordinati di decine di organizzazioni il numero di esemplari è in costante aumento. Ma insieme alla bella notizia è stato lanciato un monito: si prevede che in 80 anni i cambiamenti climatici ridurranno del 35% l’estensione delle foreste di bambù in cui i panda vivono, provocandone una nuova diminuzione in numero. Sappiamo che il bambù è essenziale per i panda, ma spesso tendiamo a dimenticarcene quando si parla di conservazione. In un momento in cui più di una specie vegetale su otto è a rischio e la vita degli animali, come la nostra, dipende dalla loro esistenza, le piante hanno bisogno di tutta la nostra attenzione.


ResearchBlogging.orgFonti e letture:
Wandersee, J., & Schussler, E. (1999). Preventing Plant Blindness The American Biology Teacher, 61 (2), 82-86 DOI: 10.2307/4450624
– Balding, M., & J.H. Williams, K. (2016) Plant blindness and the implications for plant conservation. Conservation Biology. DOI: 10.1111/cobi.12738
– Balas, B., & Momsen, J. (2014) Attention “Blinks” Differently for Plants and Animals. Cell Biology Education, 13(3), 437-443. DOI: 10.1187/cbe.14-05-0080

Copertina: Wikimedia commons – CC BY-SA

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